Libagioni

 

Sulle Libagioni
Testo redatto da Daphne Varenya Eleusina

"Le tradizioni degli Antenati sono un possesso antico
come il tempo e non c'è discorso che le distruggerà,
neppure i cavilli escogitati dalle menti più acute."
Euripide, Baccanti, 200


Insieme alle purificazioni, le libagioni sono uno dei più antichi e ricorrenti atti sacri, presenti in un numero vastissimo di cerimonie ed occasioni, anche molto diverse fra loro. Si può dire che sia un atto caratteristico che accompagna qualsiasi preghiera/invocazione alla divinità- anzi, è requisito quasi indispensabile della preghiera. E' talmente onnipresente che Eustazio (Il. I p.102) ci dice che non solo era pratica comunissima offrire libagioni di vino durante i sacrifici, ma anche all'inizio di un viaggio per terra o per mare, prima di andare a dormire e al risveglio, quando si stringe amicizia, quando si ospita qualcuno, etc..praticamente, ogni momento dell'esistenza è scandito da questo semplice, ma assai significativo, rituale. E' importante ricordare che la libagione è sì un'offerta, ma è un'offerta di quanto gli Dei stessi ci hanno donato fin dal principio- è dunque, come in tutti i sacrifici, una questione di Kharis e, come ricorda Platone nel Simposio, di Eros..
In questo documento non tratterò le libagioni in circostanze troppo specifiche, come matrimonio, morte, etc. e farò solo un breve accenno alle libagioni destinate ai defunti, in quanto ciascun argomento merita una nota a parte.

Il verbo più antico, omerico, per indicare la libagione è leibein, 'versare goccia a goccia'; l'altro verbo, più comune ma riservato solo alla sfera sacrale, è spendein- letteralmente 'libare', come in latino- da cui le 'spondai'- Esichio osserva che hanno il medesimo significato.

Le libagioni, essendo il genere più comune di offerta, si versano a tutti gli Dei e a tutti gli Eroi- solo uno scolio all'Iliade (9.158) specifica che solo Ade non riceve nè libagioni nè sacrifici.


- Metodo base-

Trigeo: "tieni sotto la phiale: mettiamoci al lavoro dopo aver pregato gli Dei!"
(versa del vino mentre prega)
Il corifeo: "Σπονδὴ σπονδή, ‘libagione, libagione'"
Trigeo: "Εὐφημεῖτε εὐφημεῖτε, ‘state in silenzio'. *
"Σπένδοντες εὐχώμεσθα...'libando preghiamo'.."
- voti e preghiere-
Trigeo: "Ἡμῖν δ'ἀγαθὰ γένοιτ' Ἰὴ παιών, ἰὴ.
‘a noi i beni- invocazione di vittoria, Peana, Ἰὴ παιών, ἰὴ ‘evviva';
γένοιτο è la parola che conclude ogni invocazione, rituale, preghiera, etc.. (Arist. Pax 435)


* "Εὐφημεῖτε" ha esattamente lo stesso significato di "favete linguis!": "prununciate parole di buon auspicio o tacete".
Inoltre: "Quelli che versavano le libagioni usavano dire 'Τίς τῇδε' chi c'è qui, significando 'chi è presente?' Allora, coloro che erano presenti, parlando con parole di buon auspicio (εὐφημιζόμενοι ) dicevano 'πολλοὶ κἀγαθοί' molti e buoni uomini. Coloro che versavano le libagioni usavano fare ciò in modo che coloro che erano consapevoli di aver compiuto qualcosa di scorretto, potessero allontanarsi dalle libagioni." (Suda s.v. Τίς τῇδε)
Se per malaugurato caso, qualcuno dovesse pronunciare parole non di buon auspicio (blasphemia), o rompere il silenzio rituale (anche da parte di qualcuno che non partecipa al rituale), bisogna ricominciare tutto dall'inizio, e il contenuto della prima libagione si getta a terra- ad esempio: "mentre il figlio di Xuto stava per versare una libagione fra gli altri, uno degli schiavi disse una parola profana; egli...pensò che fosse un segno e richiese che un'altra coppa fosse riempieta nuovamente. Le precedenti libagioni al Dio egli le gettò a terra, istruendo ciascuno a fare lo stesso. Il silenzio cadde su di noi. Riempivamo allora nuovamente le sacre coppe con acqua e vino di Biblo.." (Eur. Ione 1117) Ci deve sempre essere silenzio, o suoni di buon auspicio, mentre si celebra un rituale- nelle condizioni contrarie è impossibile: "Né libagioni né sacrifici bruciati nel fuoco potevamo cercare di compiere in pace, ma con le sue grida selvagge e di cattivo auspicio riempiva il campo.." (Soph. Phil.5)


Lo strumento con cui si versa la libagione è di solito la phiale (o la coppa, durante i banchetti- ma anche la phiale può essere usata come coppa), che può essere di terracotta, oro, argento oppure bronzo- ne esistono anche esemplari in vetro; la maggior parte degli esemplari presenta un 'omphalos' al centro (rende più semplice impugnare la phiale, reggendola da sotto: il pollice si appoggia sul bordo, e il medio regge la phiale al di sotto), ma se conoscono anche modelli che ne sono privi. Da tenere sempre a mente che le coppe, i vasi etc. che si usano per i rituali non devono mai essere usati per azioni profane. Come dicevo, la phiale è anche un recipiente per bere- in effetti, nelle scene di simposio fra divinità, gli Dei bevono solo dalla phiale- mentre il kantharos è specifico solo dei rituali dionisiaci.
Il procedimento con cui si offre una libagione è molto semplice ed è illustrato perfettamente su molti vasi (cfr. repertorio iconografico- Libagioni): solitamente abbiamo un uomo e una donna; la donna regge l'oinochoe contenente il vino, mentre l'uomo regge con la destra la phiale con cui versa, a sua volta, il vino o nel fuoco dell'altare oppure a terra, dipende dalle circostanze- completamente o meno, a seconda delle occasioni specifiche: di solito se ne versa solo una parte e si consuma il resto (vedere le occasioni specifiche). Quindi la libagione semplice di vino consta di tre passaggi (previa purificazione, come vedremo poco sotto): preparazione della sostanza da libare; versare il vino dall'oinochoe alla phiale e quindi far cadere gocce del liquido da essa, o nel fuoco o a terra- con accompagnamento di preghiere (e con i gesti appropriati- la mano tesa verso il cielo se si pregano gli Dei dell'Olimpo, etc..); consumare il resto- bevendo dalla parte opposta rispetto a dove è stata versata la libagione.
Le coppe/phialai devono essere riempite fino all'orlo- questo atto viene detto "incoronare la coppa": "il liquore che appare sul bordo della coppa nella forma di una corona" - questo perchè è considerato irrispettoso verso gli Dei offrire qualcosa che non sia 'teleion kai holon', completo e perfetto, a Coloro che sono tali per natura. (Athen. I, 11; XV, 5)


- Cosa si liba -
- Vino, 'oinosponda': dice Tiresia nelle Baccanti (284): "Egli è versato agli Dei, essendo un Dio Lui stesso, così che grazie a questa azione, gli esseri umani ricevano grandi benefici come doni da Lui." Perchè Dioniso, fra le altre cose, è anche il Vino.
E' quasi più semplice dire a quali Dei e in quali occasioni non si liba vino, perchè è questo l'elemento più comune da offrire.
Anche il vino, molto spesso puro e non mescolato ad acqua (Eustazio sostiene che quando si parla di 'vino mescolato' nei sacrifici, si intende una mescolanza di vini, e non con l'acqua), deve rispettare le caratteristiche di purezza- come tutto ciò che viene offerto agli Dei- e se le rispetta è detto 'enspondon', altrimenti, se impuro, 'aspondon'; 'akraton' è il vino puro.

- Acqua, 'hydrosponda': deve avere le stesse caratteristiche di quella che si usa per le purificazioni (cfr.) O pura, o mescolata a vino (esclusi i casi in cui il vino deve essere puro- ossia, praticamente sempre), oppure al miele. In caso di acqua pura, o mescolata al miele e/o latte, si tratta di Nephalia (cfr. sotto), da offrire a Mnemosyne, Eos, Helios, Selene, alle Ninfe, e ad Aphrodite Ourania; anche alle Eumenidi/Semnai- riporto quanto già scritto a proposito delle purificazioni, per comodità dei lettori:
Un katharmos in onore delle Eumenidi prevede libagioni di acqua e miele, prima della preghiera- eccone l'intera descrizione così com'è presente nell'Edipo a Colono:
C. fai subito una libagione purificatrice a queste Dee (le Semnai di Kolonos) cui giungesti supplice e il cui suolo tu calchi.
E. in quale modo stranieri? Insegnatemi.
C. Dapprima porta sacre libagioni da una fonte perenne, attingendo con mani pure.
E. E quando avrò attinto quest'acqua incontaminata?
C. Vi sono là dei crateri, opera di un abile artefice; di essi incorona gli orli e le duplici anse.
E. Con rami, o con lana, o in quale modo?
C. Con bioccoli appena tosati di giovane pecora.
E. Bene, e poi come devo compiere il rito?
C. Versa le libagioni stando rivolto verso oriente.
E. Queste libagioni le farò con i vasi di cui hai parlato?
C. Tre per ciascun vaso, e l'ultimo versalo per intero.
E. Di che cosa devo riempirlo, spiegami anche questo.
C. Di acqua e di miele, non aggiungere vino.
E. E quando la Terra scura di foglie avrà ricevuto le libagioni?
C. Deponi su di essa con ambo le mani tre volte nove ramoscelli d'ulivo, e supplica con questa preghiera-
E. (interrompendo) questa vorrei sapere, è la cosa più importante. C. Che come noi le chiamiamo Benigne (Eumenidi), con benigno animo accolgano salvatrici il supplice. Prega tu stesso, o qualcun altro in vece tua, parlando sommessamente, senza elevare la voce: poi ritirati senza voltarti...
E...una persona sola basta a fare il sacrificio anche in luogo di molti, se piamente disposta.

Offerte di miele, mescolato con l'acqua, alle Eumenidi sono ricordate da Pausania (II, 11,4) quando descrive la sua visita a Corinto: "Siamo giunti a un bosco di querce sempreverdi e a un tempio delle Dee che gli Ateniesi chiamano Venerabili e gli abitanti di Sicione chiamano Eumenidi. In un giorno, ogni anno, celebrano una festa in Loro onore, versano libagioni di miele mescolato con l'acqua e usano fiori al posto delle corone. Celebrano simili riti anche all'altare delle Moire." La stessa cosa vale per le Erinni, come ricorda Clitemnestra nelle Eumenidi (110-111): "e dopo tutte le mie libagioni..voi avete assaggiato il miele, le sobrie offerte versate per placarVi."

- Se non si possiede altro per libare, l'acqua pura è sempre un valido sostituto- basti pensare allo sciagurato sacrificio preparato dai compagni di Odisseo, portatore di sventura per la natura degli animali sacrificati ma comunque compiuto secondo le regole: "colsero tenere foglie da una quercia d'alte fronde; nella nave ben costruita non avevano bianco orzo...non avevano vino per aspergere i sacrifici sul fuoco, ma i visceri li arrostirono tutti libando con acqua." (Od. XII, 355-364)


- Miele, 'melisponda': questa sostanza fa sempre parte delle libagioni funebri, e delle libagioni alle divinità ctonie. Porfirio dice chiaramente che libagioni di miele sono destinate agli Dei di sotterra, ma Plutarco afferma che le 'melisponda' sono gradite a tutti gli Dei (come fa del resto Varrone nel De Rustica, dove chiama il miele "et diis et hominibus acceptum").
Libagioni di latte e miele, insieme con l'acqua, si trovano nelle Argonautiche Orfiche (570) come oblazione ctonia.

Pausania (VIII, 42, 11) narra che visitò il santuario di Demetra l'Oscura a Phigalia in Arcadia, ma che egli non sacrificò "nessuna vittima alla Dea, tale essendo il costume dei nativi; piuttosto essi portano il frutto della vigna e di altri alberi coltivati, e anche favi di miele." L'offerta di miele alla Dea è confermata anche da Virgilio (Geor. I 344) "che tutti i contadini adorino Cerere; per Lei diluite favi di miele e dolce vino."
Inltre, il miele è da offrire alle Ninfe (Euseb. oracul Apollin. IV 9) e anche a Pan (Theocr. Id. V 59), in quanto 'Melissosoos', guardiano e salvatore dell'alveare e mangiatore di miele (Anth. Pal. IX 226).

Ateneo (693 F) afferma che in Ellade "coloro che sacrificano a Helios versano miele come libagione, non portando vino presso gli altari"

Come abbiamo detto, anche ad Aphrodite Ourania: "e con la libagione versata a terra di giallo miele, Aphrodite è resa propizia" (Porf.De abst. II, 21)
Da ricordare inoltre la tavoletta in lineare B da Cnosso che annota offerte di vasi di miele a tutte le divinità e, in particolare, alla Signora del Labirinto (KN Gg 702).

- Latte, 'galaktosponda': libagione per le divinità ctonie e per i defunti: "per lui io sto per versare sulla terra queste libagioni e il vaso funebre: fiumi di latte dalle mucche di montagna, e offerte di vino da Bacco, e la fatica delle api dorate; questi sacrifici sono consolanti per i defunti. Passami il vaso d'oro e la libagione di Ade..." (Eur. IT, 165). La prima offerta che Circe comanda ad Odisseo durante la Nekya è proprio di latte. (Od. X, 137)

- Olio, 'elaiosponda': come avevamo visto per le consacrazioni, le pietre che delimitano un'area sacra devono essere bagnate da una libagione di olio. Inoltre: "E sulle pietre unte, che sono nei trivi, trovandosi a passarvi accanto, versa olio dall'ampollina, e se ne va soltanto dopo essere caduto in ginocchio ed averle adorate." (Theophr. Char. 16.5). Ne parla anche Arnobio: "ogni volta che vedevo una pietra unta e una statua cosparsa di olio d'oliva..io la veneravo, mi rivolgevo ad essa e invocavo benedizioni.." (Arn. I, 39)- quindi il metodo è rimasto invariato per secoli, e si procede come in tutte le preghiere e libagioni.
Le steli tombali vengono unte di olio e incoronate (Plut. Arist. 21)


- Prescrizioni generali e occasioni specifiche -

"Non libare mai all'alba a Zeus vino scintillante con mani non lavate, nè agli altri Immortali: non ti ascoltano, rigettano le tue preghiere."
"Non oso libare a Zeus il vino lucente con mani impure; il Dio dalle nuvole nere non è lecito pregarlo sporchi di fango e di sangue." "E' un precetto di purezza rituale; infatti le mani svolgono molte necessità impure. Ora, per l'azione rivolta al divino hanno bisogno di purezza, perchè il divino è puro: bisogna rendere agli Dei servigio pari a Loro. Non libi dunque chi non si è preventivamente purificato le mani e, a maggior ragione, con tutto il corpo bisogna puramente compiere i riti agli Dei. Perchè nel caso in cui Li onoriamo con strumenti impuri, rigettano le nostre preghiere di accompagnamento a siffatte azioni; queste sono le preghiere (eparaì) che si intonano mentre si fanno i sacrifici o le libagioni. Esiodo, esortando a pulirsi le mani prima di libare, mostra che chi non obbedirà a questa norma è degno di una maggiore condanna, in quanto inadatto a ricevere un'educazione."
"Per quanto puoi, compi sacrifici agli Dei immortali, in modo puro e netto, brucia Loro splendide cosce. In altri momenti, con libagioni e offerte rituali, placaLi, sia quando vai a letto sia quando la sacra luce diurna è di ritorno, in modo che mantengano con te cuore e animo propizi."
"Soprattutto e principalmente della purità e della nettezza devono prendersi cura quelli che si accingono a compiere riti sacri, della prima (la purità) nella vita stessa- è una tal vita da poter essere esente da ogni dissolutezza, da ogni iniquità, da ogni passionalità: appunto in questo modo di vivere potremmo propriamente far consistere l'essere puro e, dopo questo, nell'astensione dai cibi e dalle bevande secondo gli usi patri...- della seconda (la nettezza) in tutti gli strumenti sacri, nei luoghi in cui si deve sacrificare e negli strumenti attorno al nostro corpo. Difatti è risibile che coloro che si avvicinano a realtà nettissime a cui sacrificano, si servano di elementi non netti od operino nelle case insudiciate vuoi portando al luogo sacro una parte di offerte derivante da qualche forza contaminata vuoi indossando una veste non netta, quando è prescritto anche nel caso del fuoco che tutto purifica di non servirsene se preso da una casa non netta. Ed è prescritto di placare gli Dei con libagioni complete e con offerte rituali all'inizio del giorno e della notte, per esempio con focacce e altre cose del genere; inoltre, che bisogna, con siffatte primizie facili a procurarsi, fare Loro offerte dei prodotti stagionali, conservando grazie alla nostra coerenza la Loro benevolenza nei nostri confronti. Il sacrificio propiziatorio infatti non aggiunge a quelli che non avevano, ma renderà noi più adatti, essendo Essi sempre tali quali sono, a partecipare ai riti senza impedimenti. Proprio questo significa 'eumenès', benevolo, propizio: il fatto è che il bene, 'to eu', resta, 'menei', sempre a noi da parte degli Dei e che Loro continuano a rimanere sempre uguali."
(Esiodo e scolii, Erga 724-726, 336-341; Il. VI, 266)


In questi versi di Esiodo e nei relativi scolii sono contenute diverse informazioni di grandissima importanza- è bene fare una sintesi degli aspetti principali:
- precetto di purezza rituale: prima di versare libagioni e di compiere qualsiasi azione cultuale, bisogna fare in modo di avere mani pure (cfr. preliminari del sacrificio); e non solo le mani, anche tutto il corpo. La purezza si manifesta nella nettezza, quindi bisogna avere non solo il corpo purificato, ma anche ciò che indossiamo, gli strumenti con cui agiamo e il luogo in cui si svolge il rito- tutti questi elementi devono rispondere ai precetti di purezza rituale. Una bellissima sintesi di tutto ciò la possiamo trovare nei versi di Omero: Achille prega Zeus, compiendo una libagione di vino: "La prese dunque dal cofano (la coppa), e la pulì con lo zolfo, poi la lavò nelle belle correnti d'acqua, si lavò anche le mani e attinse il vino lucente: poi pregò in piedi, in mezzo al cortile, guardando in alto al cielo (cfr. gesti della preghiera) e libando il vino; non sfuggì a Zeus fulminante..." (Il. XVI, 220) Prima ancora di questo, bisogna mantenere una purità interiore, esente da dissolutezze ed ingiustizie- senza questa purezza interiore, qualsiasi purificazione esteriore servirà solo a mantenere l'igiene personale, ma non si consegue la purezza rituale. Da notare la provvidenza degli Dei in questi precetti: i rituali sono stati da Loro istituiti per il bene dei mortali- "il bene, 'to eu', resta, 'menei', sempre a noi da parte degli Dei"- per questo la purità interiore ha grandissima importanza, perchè ci rende davvero migliori, ed essere migliori equivale ad essere più vicini agli Dei. Ecco perchè allora ascolteranno le preghiere, in quanto il devoto avrà mostrato la giusta sollecitudine e preoccupazione verso le cose divine, e la Loro benevolenza consiste, in questo caso, soprattutto nel renderci sempre più adatti a compiere senza ulteriori impedimenti quegli atti devozionali che sempre più innalzano i mortali verso la perfezione divina e il porto dell'Eusebeia.

- Libagioni e sacrifici all'alba e al tramonto, per Zeus e per tutti gli Dei. Libagioni di vino, come specifica il testo, e devono essere 'libagioni complete', tutto il vino deve essere offerto (cfr. le divinità cui non si liba vino, per i casi specifici), mentre in tutte le altre libagioni "dopo aver libato e bevuto quanto l'animo volle", si consuma, come avevamo detto, il resto del vino.
Insieme alle libagioni, bisogna offrire focacce e primizie 'facili a procurarsi', quindi, ad esempio, frutta di stagione- come dice poco dopo, "offerte dei prodotti stagionali".
- Dove? "Vicino al focolare (histìei): altare domestico...questo è l'altare degli Dei, che accoglie i sacrifici e le libagioni quotidiane." (Scolii Erga 734)
- Dopo tutto ciò (purificazioni, attingere il vino, dire parole di buon auspicio), ha luogo la libagione vera e propria, accompagnata dalle 'eparaì', le preghiere che accompagnano ogni sacrificio. Ad esempio, una preghiera che domanda cose di buon auspicio agli Dei è sempre accompagnata da una libagione, come nelle istruzioni di Trigeo che abbiamo visto sopra.

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All'alba e al tramonto, come abbiamo visto sopra.
- Al tramonto, come specificato anche, ad esempio, dalle parole di Athena a Nestore: "mescete il vino, sicchè, avendo libato a Poseidone e agli altri Immortali, pensiamo al riposo: perchè è tempo. La luce è già andata sotto la tenebra, e non è bene sedere a lungo ad un convito di Dei ma tornare." E anche: "dopo aver libato, se ne andarono ognuno alla sua tenda, si coricarono e colsero il dono del sonno." (Od. III, 333; Il. IX, 712)
- Prima di andare a dormire, libagione a Hermes: "Trovò i capi e i consiglieri feaci che con le coppe libavano all'Argheifonte di ottima vista (Euskopos), al quale libavano in ultimo, quando pensavano al sonno." E anche: "Offrono libagioni a Hermes per ultimo, andando a letto, perchè il sonno segna il termine di ogni voce." (Od. VII, 136; Eracl. Gramm. Quest. Om. 72, 19)

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Libagione prima di iniziare a mangiare, dopo essersi lavati le mani (cfr. Purificazioni, prima dei pasti)
"La tavola è un altare della casa e di tutti quanti donano il cibo; ne consegue che è legge, prima di toccare il cibo, sacrificare ed innalzare inni."
"Da fornelli non ancora adoperati nei sacrifici non prendere da mangiare nè da lavarti: anche per ciò c'è castigo."
"Fornelli (chytropòdon): i fornelli dei cuochi. Ha detto pentola (chytran) con espressione perifrastica, cioè non mangiare dalla pentola prima di aver con essa libato agli Dei." "Cioè, prima liba e poi mangia", come dimostra anche l'episodio di Odisseo nella caverna del Ciclope: "acceso il fuoco, bruciammo offerte e, preso del cacio, mangiammo noi pure" oppure durante il banchetto offerto da Achille:"chiese a Patroclo di sacrificare agli Dei e quello gettò nel fuoco le offerte."
Anche durante la semplice cena preparata da Eumeo e dai servi: "Offrì le primizie agli Dei eterni e avendo libato pose nelle mani di Odisseo distruttore di città lo scuro vino." Non sembrano esservi divinità specifiche da onorare, data la natura generica delle fonti che si mantengono vaghe: "a tutti gli Immortali", oppure "accesero i fuochi accanto alle tende e mangiarono. Chi sacrificava all'uno, chi all'altro degli Immortali." - fermo restando che la prima e l'ultima offerta spettano sempre a Hestia.

"Plutarco ha giustamente definito a portata di mano e quotidiano questo sacrificio degli oggetti coi quali mangeremo, che rendiamo tutti sacri con l'offerta dedicatoria. E le pratiche preparatorie delle tavole per le cerimonie sacre questo comportavano; infatti celebravano il banchetto sacro partendo da riti dedicatori di primizie." Anche durante un banchetto sacrificale, prima della consumazione dei cibi, c'è la necessità di pregare e libare alle divinità cui è dedicato il banchetto, come avviene a Pilo dopo il sacrificio a Poseidone- da notare che qui è Athena stessa ad eseguire l'atto: "(Pisistrato) diede poi ad essi parti di visceri, versò loro del vino in una coppa d'oro, e disse rivolto a Pallade Athena, la figlia di Zeus
egioco: "Ora prega, o straniero, Poseidone sovrano; perchè a un convito per Lui partecipate, qui giunti. E quando avrai libato e pregato, come è regola (themis esti), dà anche a costui la coppa di vino dolcissimo per libare, perchè credo vorrà pregare anche lui gli Immortali: degli Dei tutti gli uomini hanno bisogno."
Libagioni alle divinità devono essere presenti anche alla fine del banchetto sacrificale, come abbiamo visto sopra (Od. III, 333), a conclusione di questa scena; evidente in molti passi, questa pratica si può riassumere così: "quando ebbero saziato il bisogno di mangiare e di bere, i giovani colmarono fino all'orlo i crateri di vino, lo versano in coppe e lo distribuirono a tutti per libare. Tutto il giorno gli Achei placarono il Dio con il canto, intonando un Peana bellissimo in onore del Dio arciere, che si rallegrava ad udirli."

"Filocoro nel secondo libro dell'Atthis dice: "allora fu stabilito che durante i pasti, il vino puro venisse a tutti dispensato solo in quantità sufficiente alla degustazione e a far memoria del Dio Benevolo (Agathos Theos), e che il resto fosse servito già annacquato." Per questo le Ninfe furono anche chiamate 'Nutrici di Dioniso'." (Athen. Deipn. XV, 693 d-e)

Libagione alla fine del pranzo in onore di tutti gli Dei. Alla fine del banchetto, una libagione di vino puro all'Agathos Daimon, di cui si beve il rimanente.
Inoltre: "dopo il pasto, essi, i magistrati, e tutti gli altri della compagnia, fanno libagioni agli Dei cui quella notte e quel giorno sono consacrati."
(Eur. Ion. 1030; Arist. Vespe 1216; Schol. Es. 342, 748; Plut. fr. 79 Bernard; Od. III, 40-48, IX, 231, XIV, 446; Il. I, 469-474, II, 400, IX, 205-220; Pl. Leg. 808b;

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Libagione ogni volta che si beve del vino: "avendo libato, bevve il vino dolcissimo"- - a parte nei casi in cui si specifica che la libagione deve essere completa, negli altri casi quel che rimane deve essere bevuto, come specifica Giamblico nella 'Vita Pitagorica': "compi libagioni agli Dei tenendo la coppa dall'impugnatura, per rendere il segno di buon auspicio e per evitare di bere dalla stessa parte (da cui è stato versato il vino)."
Una particolarità di questa libagione è che può essere versata anche a terra: "versarono dalle coppe il vino a terra, e nessuno osava bere prima di aver libato al potentissimo figlio di Crono." Da notare che, in questo caso, gli Achei sono presi da terrore, in quanto "per tutta la notte il saggio Zeus meditava la loro rovina, tuonando terribilmente: li prese un livido terrore."
(Od. XVIII, 151; Iambl. V. Pyth. p. 28; Il. VII, 478)

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Anthesteria, la festa del primo vino

"In prossimità del santuario di Dionysos en limnais gli Ateniesi solevano miscelare, spillandolo dalle botti, il nuovo vino, che vi avevano trasportato, per il Dio e per poi assaggiarne essi stessi. Da ciò Dionysos fu chiamato Limnaios, perchè il dolce vino, essendo stato combinato con l'acqua, fu bevuto per la prima volta come una miscela. Per questo le fonti furono chiamate Ninfe e Nutrici di Dionysos, perchè l'acqua, mescolata al vino, lo fa accrescere.. soddisfatti della miscela, intonavano canti a Dionysos, danzavano e lo invocavano chiamandolo il 'Belfiorito' Eyanthes, Dithyrambos, Bakcheutis, Bromios." (Fanodemo, FGrHist 325 fr. 12).

"Era un antico costume offrirne un po' come libagione, prima di berlo, pregando allo stesso tempo che l'uso del pharmakon potesse essere reso non nocivo ma benefico per loro." (Plut. Quest. Conv. 3.7)

Plutarco adescrive un'esuberante processione dionisiaca, in cui sono appunto presenti: un capro, un'anfora di vino, un ramo di vite, un cesto di fichi secchi e un fallo (Plut. De Cup. Div. 8, 527 D). Questo sacrificio durante le Anthesteria- II giorno- è particolare anche perchè si parla di una libagione di vino novello versata sulla testa del capro invece che sul fuoco; anche questo si riferisce ad un fatto mitico: quando il capro morsicò le foglie, o le radici della vite, quest'ultima reagì con una minaccia "Io fornirò comunque vino a sufficienza perchè una libagione venga versata su di te, o capro, quando verrai sacrificato." (Suet. Dom. 14.2; Kaibel, Epigr. Gr. 1106, con MonInst 10 (1876) pls. 35-36; Ov. Fast. 1.353-360, e Met. 15.114-115; Mart. Ep. 3.24.1-2, e 13.39; Babr. 181 Crusius; Aesop 404 Halm; Varr. Rust. 1.2.19).

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"Il metodo greco di bere vino da piccole coppe, salutando per primi gli Dei, e poi gli amici chiamandoli per nome."
"Socrate si sdraiò e cenò, così come anche tutti gli altri, e fecero le libagioni e innalzarono inni in onore del Dio e compirono quante altre cose è d'uso fare, e si volsero al bere."

Ordine delle libagioni durante un simposio:
- libare- sempre con accompagnamento del Peana- il vino del primo cratere a Zeus e agli Dei Olimpici; quello del secondo agli Eroi; quello del terzo a Zeus Teleios, oppure Soter- σπονδὴ τρίτου κρατῆρος: il primo e l'ultimo sono per Zeus, principio e fine di tutte le cose, la seconda agli Eroi in quanto di natura intermedia fra Dei e uomini.
Suda menziona invece: la prima coppa a Hermes, la seconda a Zeus Charisios, e la terza a Zeus Soter ed Olimpio (mescolato ad acqua). - oppure, del primo all'Agathos Daimon; del terzo a Hermes; si può dire che l'ordine non sia certamente ferreo, e si trovano preghiere e libagioni a molte altre divinità, come Dioniso, Zeus Philios, Hygeia, etc. Ad esempio, un semplice brindisi durante una delle prime scene dei Cavalieri:
"Molto bene, vieni, versami del vino, una buona misura."
"Prendilo e offri una libagione al tuo Agathos Daimon."
Il numero delle coppe può variare da tre a nove- Grazie e Muse- secondo il noto proverbio "tre, oppure tre volte tre"- mai quattro.

-Philotesia, "il brindisi dell'amicizia": "quando una persona durante il banchetto beve parte di una coppa, e dà il resto al suo amico."- è una grandissima testimonianza di amicizia e anche il modo per stringerne una.
Chi fa la dedica, prende la coppa e all'indirizzo dell'amico dice: Χαῖρε * (nome della persona)! Προπίνω σοι καλῶς- salve, brindo alla tua salute- e beve parte della coppa; il destinatario riceve la coppa e dice: Λαμβάνω ἀπό σου ἡδέως- la ricevo da te con piacere- e beve il rimanente della coppa. Oppure, il primo può svuotare completamente la coppa e il secondo riempirla e berne la stessa quantità; la coppa deve sempre essere offerta con la mano destra, e anche i brindisi devono essere "fatti da destra".

(Athen. 15.692; Plat. Rep. 583b, Plat. Charm. 167b, Symp. 176a; Diod. Sic. 4.3; Pind. Isth. 6; Hesych. s.v. tritos krater; Anthol. VII; Arist. Eq. 105; Lib. V; Eusth. Il. V, p557; Suda s.v. Τρίτου κρατῆρος; Soph. fr. 425)

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Libagioni al Banchetto dei Tetradistai: "il giorno della festa di coloro che si riuniscono il quarto giorno, ossia il giorno di Aphrodite Pandemos..."Vieni Sosia, fanciullo, libagione! Sia bene per te! E ora versa! Soprattutto pregheremo gli Dei e le Dee e possano Vita, Salute e tutte le benedizioni venire da ciò, e che quelle che il Cielo ci ha concesso ci sia garantito che non vadano mai perse!" (Athen. 14. 659D)

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Priamo richiede un segno a Zeus per recarsi da Achille, e nel far ciò prega versando una libagione: "(Priamo) ordinò alla dispensiera di versare acqua pura sulle sue mani, e lei gli si accostò tenendo in mano la brocca e il bacile. Si lavò le mani (cfr. Purificazioni e preliminari del sacrificio) e prese la coppa dalla sposa, e, stando in mezzo al cortile, libò il vino guardando al cielo, e disse queste parole.." (Il. XXIV, 299)
Una simile cerimonia che prevede una libagione alla divinità e una preghiera perchè ciò che si appresta a compiere abbia buon fine si ritrova identica tanto nel caso della libagione a Poseidone da parte di Athena quanto da parte degli Argonauti nei confronti di Zeus; sia nel caso di Priamo che in quello degli Argonauti, il Dio manda il segno invocato. (Od. III, 43; Pind. Pyth. 4, 191)
Perfetto l'esempio che troviamo nell'Iliade (IX, 172-178): "Portate acqua per le mani e ordinate il silenzio (rituale: euphemesai); preghiamo Zeus figlio di Crono, che abbia pietà di noi." Così disse (Nestore) e a tutti piacquero le sue parole. Subito gli araldi versarono acqua sopra le mani, e i giovani colmarono fino all'orlo i crateri di vino, lo versarono in coppe e lo distribuirono a tutti per libare. Quando ebbero libato e bevuto a volontà..."

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Preghiera e libagioni quando si intraprende un viaggio, come fa Telemaco alla partenza da Itaca: "alzarono crateri colmi di vino, libarono agli immortali Dei che sempre vivono, e tra tutti di più alla Glaucopide figlia di Zeus." (Od. II, 431) Oppure come fanno i Feaci, prima di riaccompagnare Odisseo in patria: "Pontonoo, mesci un cratere e a tutti nella sala dà il vino perchè, invocato il padre Zeus, facciamo scortare l'ospite nella sua patria. " Disse così e Pontonoo mischiava il dolce vino e a tutti di seguito lo distribuiva: libarono essi agli Dei beati che hanno il vasto cielo." (Od. XIII, 50-55). E ancora, secondo l'esempio di Menelao: "andò con loro l'Atride, il biondo Menelao, tenendo nella destra il dolce vino in una tazza d'oro, perchè libassero prima di partire." (Od. XV, 148) e poco dopo, Telemaco, in procinto di salpare da Pilo per tornare ad Itaca, è vicino "alla nera nave veloce, che libava e pregava." (Od. XV, 258)
Così descrive un scena simile l'oratore Antifonte: "Dopo che il banchetto fu terminato, i due naturalmente si prepararono a partire versando libagioni e offrendo dell'incenso per assicurarsi il favore dei cieli, e infatti uno sacrificava a Zeus Ktesios.."
Dal repertorio iconografico, è quasi certo che siano da versare a terra.
Inoltre, nello specifico, quando si intraprende un viaggio per mare, libagioni di vino vengono versate in mare dalla poppa della nave, sempre accompagnate da voti e preghiere. Ad esempio: "quando sollevarono l'ancora, la guida, stando a poppa, prese nelle sue mani una coppa d'oro ed invocò il padre dei discendenti di Urano, Zeus la cui lancia è il fulmine; ed egli invocò le onde che corrono veloci e i venti, e le notti, e le vie del mare, e i giorni propizi, e la generosa fortuna del loro ritorno a casa. E dalle nubi rispose un tuono di buon auspicio e vividi lampi del fulmine balenarono, e gli eroi tirarono un sospiro di sollievo, fidando nei segni del Dio." (Pind. Pyth. 4. 193-200; Thuc. VI, 32, 1s; Antiph. acc. avv. 18)

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Preghiere e libagione seguono alla buona riuscita di un'impresa, una fortuna insperata etc.
(Her. 7, 192)

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Quando giunge un ospite e/o supplice, come ad esempio: "Mischia un cratere e a tutti nella sala dà vino, perchè anche a Zeus lieto del fulmine (Terpikeraunos), che si accompagna con i supplici venerati, libiamo."
(Od. VII, 180)
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Per un giuramento: a conclusione del rito del giuramento, tutti coloro che vengono da questo vincolati versano una libagione di vino al suolo, come nel celebre esempio dell'Iliade: "con le coppe attinsero dal cratere il vino, e lo versarono pregando gli Dei immortali, e così si diceva fra Achei e Troiani: "Zeus grande e glorioso, e Voi altri immortali, chi per primo violerà questi patti, possa il suo cervello spandersi a terra come fa questo vino .."
(Il. III, 295)

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- Nephalia -

Porfirio (De abst. II, 20), citando Teofrasto, afferma: "gli antichi sacrifici erano per la maggior parte compiuti con sobrietà. Sono sobri quei sacrifici in cui la libagione è fatta con l'acqua. Poi le libagioni vennero fatte con il miele, poichè prima ricevemmo questo liquido preparato per noi dalle api; in terzo luogo, le libagioni si fecero con l'olio, e alquarto posto, con il vino."

"Un sacrificio senza vino era offerto presso gli Ateniesi a Mnemosyne, Eos, Helios, Selene, alle Ninfe, e ad Aphrodite Ourania, come dice Palemone. E i χύλα νηφάλια, i 'legni astemi/senza vino', sono quelli non dalle viti o dai fichi ma dal timo. E questo è primo genere di legno per i sacrifici con il fuoco, da cui anche il timo prende il suo nome, poichè il suono della parola viene da θυμίασις (fumigazione) e θύη (sacrificio)."
Suda s.v. Νηφάλιος θυσία

"In effetti facciamo spesso a Dioniso stesso offerte che non includono il vino (nephalioi thysiai), abituando così noi stessi giustamente a non desiderare sempre forti bevande (alcoliche)" (Plut. De sanit. 132F)

"Filocoro nel secondo libro delle Atthides accenna anche ad alcuni altri riti sacrificali fatti alla medesima maniera (senza vino) per Dioniso e per le figlie di Eretteo, affermando che 'astemi' venivano chiamati non solo i sacrifici, ma pure le fascine con cui venivano arsi. Ora, Cratete di Atene dice che venivano chiamati astemi tutti i tipi di fascine non vitinee; mentre Filocoro, più correttamente, scrive che la definizione di 'astemie' non veniva usata per le fascine di vite o di fico, ma per quelle di timo, e riferisce che questo legname fu il primo ad essere usato per i sacrifici sul fuoco; dalla qual cosa il timo (thymos) finì per trarre il proprio nome, per assonanza con la parola 'thymiasis' (fumigazione) e thye (offerta sacrificale)."
Schol. Soph. Oed. Col. 100

"Fascine 'astemie': non quelle dalle viti o dai fichi o dai mirti; queste infatti sono chiamate libagioni di vino. Si bruciano quando non l'acqua ma il vino viene libato."
Suda s.v. Νηφάλια ξύλα

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Libagioni funebri e per i defunti: non sono spondai, bensì choai "che beve la nera Terra."

"Scava una fossa di un cubito in un senso e nell'altro e versa intorno un'offerta per tutti i defunti, prima di latte e miele, dopo di dolce vino, poi una terza di acqua: cospargila con bianca farina di orzo." (Od. X, 137). Le offerte/libagioni ai defunti sono sempre triplici, come dice una laminetta d'oro: "al defunto tre volte viene offerto da bere, una mescolanza di miele, di latte e di acqua."

Durante il rogo funebre: "tutta la notte, soffiando sonoramente, destarono la fiamma del rogo e per tutta la notte il rapido Achille, attingendo il vino dal cratere dorato con una coppa a due anse, lo versava al suolo e bagnava la terra, invocando l'anima del povero Patroclo." (Il. XXIII, 218)

Nel Caronte di Luciano, dove Hermes, interrogato a proposito di usanze funebri, risponde: "le persone credono che i morti siano evocati da sotterra per banchettare, e che essi si aggirino intorno al fumo e bevano il miele versato nella fossa" Già dai tempi omerici, il miele ha un posto di primo piano nei rituali funebri: nell'Odissea (XXIV, 68), il funerale di Achille viene descritto "ed egli fu sepolto nelle vesti degli Dei fra molti unguenti e nel dolce miele." E d'altra parte, nel santuario di Gaia Olympica ad Atene, nella spaccatura nella roccia si versavano torte ricoperte di miele per coloro che erano periti durante il diluvio (Paus. I, 18,7).


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